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“Rrǝ fémǝnǝ du cazzǝ”. All’aprirsi di quel magazzino in via buccettolo

Uè fémǝnǝ du cazzǝ
Abbascǝ-a u Vǝcciéttuǝ
Sovǝ apirtǝ u cazzǝ
Cinghǝ soltǝ la déjǝ
E u cazzǝ franghǝ.

Era questo il bando che un tempo il banditore annunciava per le vie del centro storico di Ruvo. Con ogni probabilità risuonava già da secoli, e certamente continuò a essere udito fino ai primi decenni del Novecento.

State sorridendo sotto i baffi? Ricomponetevi e mettete da parte ogni malizia. Qui si parla di lavoro. Di un mestiere che richiedeva mani veloci, pazienza e resistenza. Un lavoro faticoso, soprattutto quando occupava l’intera giornata, svolto quasi esclusivamente da donne appartenenti alle classi più umili.

Per sgombrare subito il campo dagli equivoci, propongo la traduzione che ne ha realizzato un mio carissimo amico:

O donne addette alla sgusciatura,
laggiù in fondo, dove il vento dura,
a Via Buccettolo s’è aperto il magazzino,
cinque soldi al giorno è il vostro destino,
e della frantumazione avrete anche il bottino.

Ora che il significato del bando è più chiaro, possiamo comprenderne meglio il contesto.

In un paese come il nostro, dove fino alla metà del secolo scorso l’agricoltura rappresentava la principale attività economica, la coltivazione del mandorlo occupava un ruolo di primaria importanza, arrivando a interessare circa un terzo della produzione agricola locale.

Una volta raccolte, le mandorle dovevano affrontare un lungo percorso prima di diventare il prodotto finito, ossia il seme destinato al consumo.

I traini rientravano dalle campagne carichi di decine di sacchi colmi del prezioso raccolto. Giunti davanti alle abitazioni dei proprietari, il carico veniva scaricato e iniziava subito la prima fase della lavorazione: la smallatura, ossia la rimozione del mallo che avvolge il guscio. A questo lavoro partecipavano familiari, vicini e spesso anche ragazzi assunti come manodopera stagionale.

Terminata la smallatura, le mandorle venivano lasciate essiccare per alcuni giorni sotto il sole ancora cocente della fine dell’estate. Molti lettori più anziani ricorderanno certamente le grandi distese di mandorle che occupavano marciapiedi e slarghi dei corsi cittadini, esposte ai raggi del sole affinché perdessero ogni residuo di umidità. Un’essiccazione accurata era indispensabile per garantirne la perfetta conservazione nei mesi successivi.

Conclusa questa fase, restavano ancora due operazioni fondamentali: la frantumazione del guscio e la selezione del seme dalla parte legnosa, l’endocarpo. È proprio a queste lavorazioni che faceva riferimento il banditore quando gridava ai crocicchi delle strade ruvestine: Sovǝ apirtǝ u cazzǝ.

Con quell’annuncio richiamava le donne disponibili a lavorare nei magazzini situati alla periferia del paese, nella zona del Buccettolo, dove si procedeva manualmente alla rottura dei gusci e alla separazione del seme.

Erano giornate massacranti, lunghe anche dieci o dodici ore, compensate con una paga di appena cinque soldi (Cinghǝ soltǝ la déjǝ), talvolta poco più.

Per incentivare le operaie a mantenere un ritmo sostenuto e limitare le pause, ai proprietari venne un’idea tanto semplice quanto conveniente: permettere loro di trattenere gratuitamente i gusci delle mandorle che ciascuna riusciva a frantumare e separare durante la giornata (E u cazzǝ franghǝ).

Più che un premio, era un espediente per ottenere il massimo rendimento senza aumentare il salario. Eppure, in un’epoca segnata dalla povertà diffusa, anche quei gusci avevano un valore. Riportati a casa, alimentavano il focolare domestico e contribuivano, seppure in minima parte, all’economia familiare.

Così, dietro un bando che oggi può suscitare un sorriso, si nasconde una pagina significativa della storia sociale ed economica di Ruvo: il racconto di un lavoro duro, della fatica silenziosa di tante donne e di una comunità che seppe costruire la propria economia anche attraverso il sacrificio quotidiano delle sue lavoratrici.

   Cleto Bucci

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